CIGNO DI MARMO

Le parole di Alessandra Perongini e i disegni di Alice Socal s’insinuano dentro quei condomini anneriti, all’ombra di segreti adottati e cortili tappezzati di aghi di pino. L’autrice mette il lettore a testa in giù e fotografa da angolazioni stranianti una piccola storia funebre. La traccia è “Persa” degli Altro.

Altro, “Persa”

Se chiudo gli occhi posso ancora vedere il giardino del nostro condominio e sentire la ghiaia che scricchiola sotto le ruote della macchina. Ecco il cancello arrugginito e stritolato dall’edera, il vaso a forma di cigno in finto marmo, poi il prato, mai falciato bene, pieno di erbacce e di soffioni, con in mezzo quei sette ciottoli messi in fila che non hanno mai portato da nessuna parte ma che allora erano un sentiero che sarebbe potuto arrivare ovunque.
Il quadratino senza erba dove avevo seppellito il pesce, perché anche i pesci andavano in Paradiso però solo se davi loro una tomba altrimenti no.
Il tendone con gli attrezzi da lavoro e le biciclette che si incastravano sempre l’una sull’altra. E più avanti, il tavolo di plastica bianca, la sedia a dondolo, sento ancora distintamente l’odore fortissimo delle spirali alla citronella che fa salire la nausea ma è inevitabile perché qui, da sempre, le zanzare ti succhiano via anche la voglia di vivere.

Otto anni. Otto anni che non entravo più in questo giardino, forse neanche con la memoria. Ma otto anni possono durare meno di una sigaretta.

La butto a terra ed entro nel palazzo.

E’ stata Elisa la prima che ho rivisto. E’ magrissima, gli occhioni sporgenti e le guance infossate, ma è bella come non lo è mai stata. Non la ricordavo così. Era sempre stata una sorta di sorella maggiore, la ragazza con le trecce lunghissime che mi faceva giocare, e ora la rivedo improvvisamente adulta, madre sposata e donna figlia che affronta la morte di suo padre.

Vicino a lei c’è il Piccolo, che rimane imperterrito tutto il tempo accanto a quell’uomo steso sul letto, e a un certo punto si fa anche sollevare in braccio per guardarlo, restando come stupito dalla magia di un volto che ormai il carattere non può più afferrare.

Il Piccolo sereno, che quando si è così piccoli in fondo si può credere che il morto, in quel momento, è in cattive condizioni, ma che la stessa persona sta benissimo in un gran numero di altri momenti*, e invece non si sa che a scavare e consumare non sarà solo la morte ma la burocrazia della morte, la pensione di agosto che è già arrivata ma ora bisogna rispedirla indietro perché il destinatario non c’è più, i telegrammi, così freddi e lapidari, gli armadi da svuotare degli scatoloni di medicine e di garze e dei pochi vestiti che restano, e l’odore, quell’odore di malattia che va via dalle lenzuola e dalle stanze ma non dalla memoria.
Il Piccolo curioso, che quando si è così piccoli non si sa che a scavare e consumare non sarà la morte ma la scoperta che non è vero che quando cresci non hai più paura del buio, anzi. I mostri diventano veri, e ti costringono a smettere di andare a comprare il pane e poi ti inchiodano ad un letto. Come con quell’uomo.
E allora i mostri diventano corpi fragili, che cerchi di sotterrare in fondo alla coscienza perché sono troppo difficili da affrontare. Ti fanno imparare che scappare è molto più facile che restare e provare ad accendere la luce.

 

La notizia mi era arrivata per telefono in un pomeriggio torrido a Granada. Eri entrata nella stanza con i capelli bagnati e l’odore di cloro addosso.
Io ero stesa sul letto con i piedi appoggiati al muro e la testa verso il soffitto.
Non sapevo cosa dire. Piangevo, e non sapevo come spiegartene il motivo. Avrei dovuto parlarti di come quella famiglia, che non era la mia ma che abitava nello stesso condominio, si fosse trasformata con gli anni in un rifugio, un aiuto per crescere. Quasi in una seconda famiglia. Io che non avevo mai avuto né fratelli né zii né nonni.
Avrei voluto descriverteli bene, uno ad uno, ed erano tanti, e il chiasso che facevano, che sentivo anche dalle pareti e che mi trasmetteva un’allegria indispensabile.

Allora ti sei messa vicino a me nella stessa posizione, mi hai preso una cuffietta e hai detto che avevi voglia di una canzone allegra. Io ne ho messa una tristissima e tu l’hai ascoltata in silenzio, poi mi hai toccato il pollice e mi hai detto che ho le manine piccolissime.

*K. Vonnegut, Mattatoio n.5 o la crociata dei bambini

 

 

Alice Socal nasce a Mestre-Venezia nel 1986, dove trascorre suoi primi 19 anni di vita. Frequenta successivamente per alcuni anni l´accademia di Belle Arti di Bologna, indirizzo Fumetto e Illustrazione. Da 4 anni vive e studia e lavora ad Amburgo. Nel Marzo del 2011 presenta al festival internazionale di Fumetto Bilbolbul di Bologna il suo primo libro a fumetti, “luke” edito da GIUDA edizioni.

Alessandra Perongini è una collaboratrice di Rockit.

RockIt