L’ALLUVIONE DEL ’37

Sullo sfondo del racconto di Nur Al Habash s’irraggiano il Pantheon e una Roma innervata di esistenzialismi, echi di tram, pomeriggi e fiumi gialli. A colorare le parole distillate, le composizioni di collage e frammenti retrò di Stefania Lusini e la melodia tracciata da “Cary Grant” dei Non Voglio Che Clara.

 

Non Voglio Che Clara, “Cary Grant”

 

Da piccola abitavo in una casina vicino San Pietro. Era prima della guerra e vivevo lì con mio fratello Damiano e mia madre, sempre affaccendata.
Il giorno che il fiume scivolò fuori era finita da poco l’estate. Me lo ricordo perché mia madre riempiva sul tavolo bottiglie e barattoli di passata di pomodoro; decine e decine di tubi rossi in fila sul tavolo, e io mi chiedevo quando mai saremmo riusciti a mangiarli tutti, o se piuttosto lei non avesse in mente di mettere su un commercio. Damiano era fuori a giocare con i bambini del rione, e nonostante piovesse da giorni era uscito perché diceva non ce la faceva più a restare dentro casa, ché gli sembrava di stare dentro un carcere.
Fu lui, quel giorno, ad entrare in casa zuppo come uno straccio e grondante goccioline sul pavimento di pietra, strillando che il fiume era uscito fuori e che tutte le famiglie del vicinato si stavano organizzando per andarsene. Aveva la faccia bianca e spaventata, e io mi sono accorta che sulle sue guance si confondevano in egual modo pioggia e lacrime, quasi avessero una densità diversa l’una dalle altre.


Mia madre finì con calma di chiudere le ultime bottiglie, poi con passo fermo uscì di casa dicendoci di non muovere neanche un passo finché lei non fosse tornata. Poi entrò correndo, ci strattonò le maniche trascinandoci fuori; eravamo tutti bagnati dalla pioggia che dal cupolone rimbalzava su di noi e pareva avesse simile gusto a battere sulla rotondità della basilica e su quella delle nostre teste.
Da quel giorno passammo quasi una settimana a casa di cugini di mio padre, che abitavano sui colli. Ci arrivammo dopo un viaggio lunghissimo col tram e poi a piedi, per i campi. Durante quei giorni aiutai nelle faccende di casa, feci amicizia con Lino, un porcello che aspettavano ingrassasse a dovere, e ogni giorno intrecciavo un braccialetto con delle sterpaglie dure e già belle secche.
Ne regalai uno anche a Damiano che invece si annoiava e gli cresceva la rabbia dentro ora dopo ora, perché pensava a quanto si stessero divertendo i suoi compagni del rione a giocare nelle pozzanghere fino ad esser ricoperti di fango, ad andare vicino al Tevere per vedere chi fosse più coraggioso e valente.
Finalmente poi venne il giorno in cui tornammo a casa.
Era arrivato un giovanotto dalla città a consegnare delle stoffe per la zia, e ci informammo tutti da lui sulla situazione.
Pareva fosse tornato tutto normale, solo un po’ più sporco e disordinato.
– I sampietrini stanno sempre là signò, guarda che le pietre nun ze moveno mica, eh?

Il mattino dopo eravamo già in cammino e nel primo pomeriggio rivedemmo la nostra piccola casina. Io fui la prima ad entrare e quasi feci un balzo dalla sorpresa: il tavolo si era spostato quasi fosse stato trasportato volando da qualche fantasma in pena, e attorno a lui le decine di bottiglie piene di pomodori.
Non se n’era rotta nemmeno una, l’acqua le aveva cullate dolci dolci per tutta casa, fino a posarle lievi sul pavimento in un balletto di pioggia e sugo.
Di quell’anno mi rimasero i braccialetti, che misi a seccare in un diario. Il sugo riuscì amaro e mia madre diede colpa alla pioggia che aveva infradiciato il suo lavoro. In che modo, non riuscimmo mai a capirlo. Ci toccò mangiare sughi aspri per tanti, tanti mesi, ma nonostante ciò conservo un ricordo dolce di quelle cene con le smorfie di disgusto fatte di nascosto da lei, nei momenti in cui si girava a prender qualche posata. Morì qualche giorno dopo che consumammo finalmente tutte le bottiglie di pomodori, senza poter riscattare la sua reputazione di cuoca, e neanche quella di donna. Così l’amaro in bocca è l’ultimo ricordo che ho di lei.
Mi ricordo però che Pietro, il mio migliore amico all’epoca, mi tenne compagnia nei giorni immediatamente successivi al lutto: anche se non c’erano molte persone da consolare in casa mia, io stessa facevo fatica a farlo da me. Lui mi dava una mano, ci vedevamo tutti i pomeriggi dopo pranzo in via Candia, davanti la bottega del calzolaio. Andavamo a fare un giro passando per Castel Sant’Angelo e poi passeggiavamo sull’altra sponda, che anche se era a poche centinaia di metri da casa nostra ci sembrava lo stesso di evadere. Poi ci poggiavamo al muretto guardando le schifezze galleggiare sull’acqua verdastra e lui iniziava a parlare e io lo ascoltavo, mentre concentravo lo sguardo sulle linee nere dei rami degli alberi che si schiantavano nel blu scuro del cielo. Mi raccontava dei suoi studi per diventare un ingegnere e di come avrebbe voluto l’ufficio: i quadri eleganti e d’avanguardia, le scrivanie ampie e lucide, le piante discrete e la finestra luminosa, quasi l’arredamento fosse la cosa più importante, ancor più del salario o della soddisfazione professionale. Una sorta di amore per il futile lo teneva legato alla realtà, e io non mi capacitavo di come fosse possibile. E poi non mi interessava quasi niente di questi suoi sogni, ma lo ascoltavo per non pensare ai miei.


Capì che la nostra amicizia era quasi finita quando mi accorsi, dopo tanto tempo, che lui aveva poco più di vent’anni e pochissime tracce di vita negli occhi. Mi resi conto finalmente che quella immane rassegnazione ed indifferenza nei confronti della vita che aveva sempre ostentato come un paio di occhiali da sole era tragicamente vera. Anche se non era altro che il riflesso della paura di una persona troppo fragile, non cessava di esistere, soprattutto quando cercavo nei suoi occhi qualcosa da dirgli. A volte però facevamo anche cose romantiche. Un giorno, mentre camminava per andare all’istituto, mi notò appoggiando la fronte al finestrino del tram: era proprio una giornata stupenda, l’aria sembrava quasi profumata e la luce dipinta, e io gli facevo ciao con la mano, ridendo gaia. Così alla fermata successiva scese dal tram, sorridendo. Passammo l’intero pomeriggio al Pantheon a parlare dell’amore e ad indovinare la nazionalità degli sparuti stranieri che ci passavano davanti, seduti mollemente sugli scalini della fontana a guardare il cielo imbrunire. Mi disse che non amava nessuna ragazza, che non gliene piaceva proprio nessuna, che sarebbe stato costretto a rimanere solo per sempre, e io gli ridevo in faccia perché ho sempre pensato fosse solo goffa timidezza, ma in fondo da qualche parte temevo fosse così e allora mi dispiaceva per lui, perché nessuno deve restare solo quando si è così giovani. Così, nel tempo, questo suo pigro personaggio di cinico disilluso stava prendendo tragicamente forma, e io non ci potevo fare niente. Per un po’ fui indecisa se fare qualcosa o meno; dopotutto lo credevo sempre un caro amico e mi amareggiava vederlo trasformarsi in un borghese triste a vent’anni. Però non sapevo cosa fare di preciso, oltre che fargli fumare qualche droga comprata da Ferruccio, o snocciolare sotto quegli occhi increduli i bottoni dei suoi pantaloni di flanella. Così, per svogliatezza e poco coraggio, rinunciai a salvarlo. D’altronde a quest’età -come sempre, nella vita- i propri drammi sono infinitamente più importanti di quelli degli altri.

Stefania Lusini è nata nel 1986 in un piccolo paesino della Toscana. Studia grafica, illustrazione e fotografia all’Isia di Urbino e illustrazione all’Escola Massana di Bracellona. Ovunque vada si circonda di carta, musica, gatti e cose vecchie.
www.stefanialusini.blogspot.com

Nur Al Habash è una collaboratrice di Rockit e una ragazza Frigopop.

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