FA MALE

FA MALE è una trama composta da Simone Caronno e illustrata da D’aria ascoltando “La Scatola” dei Vanessa Van Basten. Il protagonista parassita come un personaggio di Sorrentino aziona i suoi bersagli in modo irreversibile, scacchi di un gioco senza morale. Un biglietto che spunta come una maledizione apre e chiude la storia, come un cerchio senza inizio né fine che grazie al lettore si rinnoverà per sempre.

 

Vanessa Van Basten, “La scatola”

 

1

“Fa male adesso, vero? Sapere che c’entri anche tu?”

Era stato appena scritto su di uno scontrino della spesa quando due occhi giovani, dalle iridi castano chiaro, persero lentamente il riflesso pupillare, guardando per l’ultima volta la frase appuntata a matita. Parole cariche di rancore che porterò dietro per il resto della mia esistenza. Il mattino seguente venne scoperto dalla madre.

La cerimonia avvenne due giorni dopo, seguita dal solito stuolo di parenti, amici, amici di amici, amici dei parenti.

Io ho potuto leggerlo solo sei mesi dopo.

 

2

I necrologi sui giornali locali, è da lì che si inizia. Si sottolineano tutte le inserzioni il cui numero precedente la parola “anni” ha un uno come prima cifra, centenari esclusi.

Quelli collezionano materiale di cui ho scarsa competenza.

Trovati gli annunci giusti è importante farsi vedere alle cerimonie, controllare ogni stretta di mano, ogni abbraccio, valutarne modalità e quantità per isolare, tra i possibili clienti, i meno tenaci. Di solito sono quelli meno propensi ad interloquire.

Un’attenzione particolare va data agli amici del defunto, per capire se le sue passioni possono essere di qualche interesse per il mercato in cui tratto abitualmente.

 

3

Quando il mio indice sfiora un campanello come questo è come se tutti i preparativi all’evento si condensassero sul polpastrello in forma di elettricità statica, pronti ad esser scaricati sulla superficie metallica. Da questo momento tutto procede a tappe prestabilite.

Quasi per inerzia.

Ora la madre del ragazzo mi guarda come se volesse chiedere dove mi ha già visto. I tre mesi passati a far spesa nei supermarket in cui si serve solitamente hanno dato i loro frutti.

Sì, ci vediamo in paese, passo spesso da queste parti, ho avuto modo di conoscere un poco suo figlio. Ho saputo solo oggi, le dico con un tono convincentemente dispiaciuto.

Mi offre un té. La osservo. Avrà più o meno una cinquantina d’anni. Dice di esser vedova. Il figlio si è tolto la vita. Con una stima di massima direi che non lo conosceva bene, nessuno si suicida a sedici anni se parla con i genitori. Ottimo, rende più facili le cose. Devo convincerla a mostrarmi in fretta la sua stanza, ma per ora è sufficiente aggiungere qualche atteggiamento da teenager standard ai miei discorsi, così da estorcerle un mi venga a trovare qualche volta senza correre troppi rischi.

Se ha bisogno di una mano, mi telefoni pure.

4

Gatto pizza, così lo chiama. Un bastardo femmina color vomito. La bambina ci gioca spesso nel cortile del palazzo, li ho visti qui anche la prima volta.

Sa dove è andato mio fratello? Chiede. Scuoto la testa. Credevo sapesse. Lui la fa giocare sempre, lei è capace col filo? Osserva l’animale, mi offre un lembo di spago, come per riflesso lo prendo.

Quando ho deciso di fare questo lavoro non immaginavo di potermi ritrovare a far saltare una gatta con un pezzo di corda. Non lo faccio da quando ho lasciato la casa dei miei nonni.

Guarda come corre. Il gatto pizza.

Ne avevamo uno simile, quando abitavo a casa dei miei nonni.

 

5

In un certo senso è come se cercassi ogni volta di entrare nella stessa camera da letto, un luogo che si sposta di casa in casa mimetizzandosi perfettamente col resto dell’immobile e divenendo in breve tempo un contenitore di dolore.

 

6

 

Passo con cadenza regolare da quasi due mesi, un po’ per controllare la situazione, un po’ per piazzare messaggi subliminali nei luoghi frequentati dalla signora: volantini di agenzie per traslochi e settimanali di inserzioni nella buca delle lettere.

Le ho persino fatto fare una falsa telefonata che chiedeva una camera in affitto.

Il genere di cose che la indurrà a svuotare la stanza, prima o poi.

Tengo particolarmente a questo caso: quel ragazzo era un intenditore.

 

7

 

Credo sia giunto il momento, qualche tempo fa le ho detto di avere a disposizione un camioncino ed ha telefonato per portare in discarica alcuni pacchi ingombranti.

Il vecchio wolkswagen è la mia casa, l’unica eredità rimasta della mia famiglia.

Ci metto poco ad arrivare, le dico, ho la giornata libera dal lavoro, mi lasci sbrigare due commissioni e sono da lei.

Non devo farle capire che per me questo è un momento importante, passerò le prossime tre ore a controllare gli annunci che ho pubblicato per vendere la merce presa da una famiglia mesi fa: roba forte, edizioni rare, alcune addirittura giapponesi, comprese di gadget incellophanati.

 

Ci farò cinquemila euro circa. Esentasse.

 

8

Arrivato dalla signora la vedo accennare un sorriso. Capita, a volte, quando gli affari sono a questo punto. Credo sia gratitudine. Sa meglio di me cosa sto per portare via.

Ci vedremo al supermercato, qualche volta, le dico.

Non risponde, fa un cenno con la mano, abbassa gli occhi e chiude la porta.

Se la caverà, se la cavano tutti quando porto via i loro ricordi di dolore.

Per quanto mi riguarda, ci vivrò sei mesi.

 

 

9

Solitamente bazzico il circondario dei miei clienti dopo lo sgombero, prima di trasferirmi verso un’altra località. Mi serve per controllare che tutto sia filato liscio.

Da qualche tempo non vedo la signora far spesa, quando ho ritirato la merce mi disse di aver chiesto ad una sua sorella che vive in Toscana di tenere la bambina per un po’. Poi nulla.

Non dovrei, forse, ma andrò al suo palazzo.

 

10

Al campanello non risponde nessuno. Riprovo. Nulla. Faccio per andarmene quando si presenta la portiera. Mi ha riconosciuto.

Sono arrivati i carabinieri, l’hanno portata via, pare non si cibasse né bevesse da alcuni giorni. L’hanno trovata nella stanza vuota del figlio, guardava le pareti bianche tenendosi le mani sulle orecchie. Come se non riuscisse a sopportare un forte rumore.

Ha lasciato questo per lei, l’aveva dimenticato qui l’ultima volta, diceva. E’ una normale busta da lettera bianca, anonima e sigillata. La apro, contiene uno scontrino della spesa con una sbiadita scritta a matita.

 

“Fa male adesso, vero? Sapere che c’entri anche tu?”

 

D’aria ha ventun’anni. E’ di Milano – anche se è nata a Genova e ha origini venete e mezzobelgiche – ha fatto il liceo classico e poi ha provato a iscriversi all’università senza successo due volte: matematica pura e incisione a Brera. Le piace disegnare da quando è nata. Al momento collabora con un giornaletto di fumetti autoprodotto bolognese che si chiama burp! e non ha ancora idea di cosa fare da grande ma forse è un trabocchetto.

Simone Caronno è un ex collaboratore di Rockit.

RockIt